Riflessioni sull’attualità – l’emergenza virus, il lavoro e la salute.

L’umanità, nella sua storia, ha sperimentato diverse forme di governo. Lo Stato democratico e repubblicano è considerato la versione più accettabile tra tutte le varianti che si sono succedete nel corso dei millenni. Lo Stato, in qualsiasi forma lo si consideri, è un sistema di potere coercitivo che priva i cittadini di una parte delle proprie libertà. In cambio, assicura ai cittadini stessi servizi e prestazioni, i più basilari dei quali sono la giustizia, la sanità e la sicurezza, una triade che richiama l’organizzazione tribale delle società primitive in cui i ruoli dominanti erano quelli del re/giudice, del sacerdote/guaritore e del guerriero/difensore della tribù.

Le varie forme di Stato ampliano o diminuiscono questi servizi in cambio di più o meno libertà, in un rapporto non necessariamente proporzionale e biunivoco.

Le dittature totalitarie del XX secolo fondarono il proprio consenso non tanto, e non solo, sull’uso della repressione e della paura, ma sulla promessa di stabilità sociale e di ripresa economica.

Nonostante le restrizioni delle basilari libertà, in Italia e in Germania il popolo non si rivoltò mai contro i rispettivi dittatori. Ci furono, ovviamente, tanti oppositori ai rispettivi regimi ma nessuno di essi, fino a che l’ordine costituito non fu messo in discussione dalla guerra, fu in grado di persuadere le masse e rovesciare il potere costituito perchè lo scambio tra stabilità sociale e ripresa economica contro la perdita della libertà fu considerato, in qualche modo, accettabile dalla maggioranza della popolazione.

In Unione Sovietica fu la crisi economica del sistema comunista a generare malcontento tra nel popolo, finchè il baratto tra libertà e servizi elargiti dal governo centrale non fu più considerato equo, costringendo i vertici politici ad alleggerire progressivamente la morsa totalitaria fino alla sua definitiva scomparsa.

Con la nascita delle moderne democrazie, lo Stato patriarcale ha perso la sua funzione di guida e di fine ultimo, quello che i filosofi e liberi pensatori romantici del XIX secolo chiamavano “Volksgeist”, ovvero lo spirito della nazione.

Lo Stato è la forma nella quale si estrinseca l’organismo d’un popolo. L’etnografia e la scienza politica debbono studiare il modo migliore in cui la singola personalità possa adeguatamente farsi valere in seno allo Stato. La costituzione deve scaturire dalla più intima essenza d’un popolo. Il carattere del popolo, espresso in singoli articoli, è la migliore delle costituzioni statali” ¹

Oggi gli stati moderni non si misurano più sulla vastità dei territori dominati né sulla quantità e qualità dell’arsenale bellico ma sul PIL, un aggregato dei valori di mercato di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese in un determinato periodo. Questo modello di misurazione viene valutato positivamente solo se c’è una crescita continua, altrimenti si parla di recessione, stagnazione, difficoltà economiche che costringono i governi a intervenire con misure correttive. Il taglio della spesa pubblica è una di queste misure. La sanità pubblica rientra in queste spese da ridurre.

Sempre in base ai dati Ocse, possiamo analizzare anche la spesa pro capite per il sistema sanitario nazionale italiano. Nel 2018, questa cifra si aggirava intorno ai 2.545 dollari (circa 2.326 euro), in aumento rispetto ai 2.434 dollari (circa 2.225 euro) del 2010. Grandi Paesi europei come Germania (5.056 dollari), Francia (4.141 dollari) e Regno Unito (3.138 dollari) due anni fa spendevano più di noi.”.²

Perché gli Stati si preoccupano per la nostra salute e spendono tutti quei soldi?

Una risposta coerente con la precedente citazione di Goethe (¹) la troviamo nel libro “Homo Deus” del professor Yuval Noah Harari:

“Alla fine del XIX secolo paesi come la Francia, la Germania e il Giappone, cominciarono a fornire cure alle masse gratuitamente. (…) Lo scopo non era elargire felicità alla gente, ma rendere più forte lo Stato. Alla nazione occorrevano soldati e lavoratori robusti e burocrati che andassero in ufficio con puntualità alle 8 di mattina invece che starsene a casa ammalati.”

La sanità pubblica non è una gentile concessione erogata per empatia e spirito umanitario, è parte di un sistema che tutela e si prende cura della salute dei propri cittadini con uno scopo preciso: evitare il collasso dell’impianto principale. Il costo della tutela della salute è pagato in forma di tasse.

Che sia uno scambio equo o meno, è materia di dibattito fra liberisti e socialisti, quello che interessa a questa indagine è capire se il cittadino è ancora visto come una forza lavoro da curare, per mantenerlo sano ed efficiente per non far collassare l’impianto principale, o come un costo da razionalizzare.

Nell’ultimo decennio, il mondo industrializzato occidentale ha conosciuto un rallentamento della crescita che ha causato l’aumento dell’indebitamento pubblico di numerose nazioni. Come già scritto nella premessa, la conseguenza è che le nazioni più colpite da questo problema si sono trovate a diminuire servizi e prestazioni ai propri cittadini, tra cui la sanità pubblica.

Si riducono i posti letto, si riduce il tempo di permanenza nei posti letto, si riduce il personale medico per razionalizzare i costi e far tornare i conti.

La pandemia di questi giorni è uno tsunami che difficilmente si sarebbe potuto contenere anche con una sanità sovra dimensionata; qualche considerazione, però, è già possibile farla facendo una premessa: si tratta di riflessioni di carattere generale che non entrano nella complessità e nella molteplicità dei singoli casi, a cui si dovrebbe dedicare uno studio molto più approfondito e dettagliato. Lo scopo è comprendere se il “senso comune” a cui ci siamo e siamo stati abituati a concepire come qualcosa di immutabile e inevitabile sia ancora valido o non lo sia più e, nel caso, se si debba provare ad ampliare il nostro sguardo alla ricerca di un’alternativa. Il corso della storia è pieno di momenti drammatici che hanno causato uno piccolo o grande scarto da un percorso lineare che si dava per scontato ma che scontato non lo era per niente. Questa pandemia globale, ampiamente annunciata da innumerevoli studi scientifici negli anni scorsi, sarà uno di questi scarti per le conseguenze in termini di vite, nel momento attuale, ed economiche, nel prossimo futuro. Che possa avere anche ripercussioni sociali e politiche non è prevedibile ma, se diamo retta alla razionalità illogica della Storia, non si può escludere.

Fermo restando che esistono servizi indifferibili e necessari, a cui si collega il conseguente indotto, l’emergenza pandemica ha dimostrato che esiste una filiera produttiva che non si può interrompere o semplicemente ridurre, pena la catastrofe economica, anche a discapito della salute dei lavoratori coinvolti in questa stessa filiera. Dall’altro lato, alla parte non coinvolta si chiede il sacrificio della quarantena totale con l’eccezione delle necessità primarie. Il numero di contagi è difficilmente quantificabile, in questo momento, quello dei morti, sfortunatamente, no ed è terribilmente enorme proprio in quell’area geografica della Lombardia in cui si sviluppa buona parte della produzione industriale locale e nazionale: Milano, Bergamo e Brescia.

Ogni categoria produttiva si reputa “indifferibile e necessaria” per le sorti del paese, salvo poi chiudere l’attività per 2/3 settimane nel mese delle ferie. Così, il potere esecutivo si adegua e decide di non decidere. Se nel XIX lo Stato si prendeva cura dei suoi cittadini per avere in cambio burocrati e lavoratori sani e in forze, oggi appare chiaro che questa priorità sia venuta meno, al punto di mettere in conto un sacrifico di vite umane in cambio della continuità produttiva e degli interessi di parte.

Il risultato di questa scelta è un cortocircuito drammatico che pone alcuni interrogativi:

  • La forza lavoro è ancora il nucleo dell’impianto principale?
  • Lo scambio fra la libertà personale e la coercizione statale è ancora adeguato ed equo?
  • La natura di questo scambio è ancora di tipo solidale e reciproco?

L’impianto principale che non può collassare non è più la forza lavoro, ma il lavoro in sé.

Che questa sia la decisione più corretta lo scopriremo solo quando l’emergenza sarà terminata e si potranno analizzare, quantificare e confrontare tutti i dati correttamente.

Fonti:

¹ – Goethe, Detti in Prosa (1819).

² – https://www.agi.it/fact-checking/news/2020-02-27/coronavirus-sistema-nazionale-ssn-7243927/

la foto di copertina è presa da questo link:

http://www.lademocraziacristiana.it/sfruttamento-del-lavoro-esiste-ancora-si-e-convive-con-il-parassitismo/

Per completezza di informazione, riporto alcuni dati e confronti statistici sulla spesa sanitaria in Europa nel 2016:

https://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=76639

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