Come mai gli esseri umani credono alle religioni, alle ideologie, ai nazionalismi? Una domanda a cui hanno provato a dare risposta legioni di filosofi, psicologi, storici, sociologi, antropologi i quali hanno scritto migliaia di pagine di studi e riflessioni senza riuscire a venirne a capo nella maniera più condivisa possibile.
Diversi storici, sociologi e antropologi sono concordi nel ritenere che la fede in Dio, nel progresso, nella patria abbiano trovato la propria origine e la successiva evoluzione a partire dalle società tribali dell’antichità per svilupparsi nella complessa stratificazione degli stati e delle megalopoli odierni. Credere nell’esistenza di una divinità protettiva o nell’emancipazione sociale grazie al lavoro o nei benefici che deriverebbero da una Patria sovrana e libera, sono i presupposti di coesione e stabilità necessari per la cooperazione tra gli esseri umani. Secondo alcuni moderni studi di psicologia, biologia e neurobiologia, invece, la fede in qualcosa sarebbe la risposta a un ancestrale bisogno legato all’istinto di sopravvivenza di cui non abbiamo più coscienza perché interiorizzato da secoli. Poter elaborare strategie comportamentali basate su schemi già approvati intimamente e socialmente, ci permette infatti di liberare energie intellettuali per i lavori quotidiani o, quanto meno, di non sprecarle: la fede e le ideologie, con le rispettive determinazioni etiche, ci vengono in soccorso prendendo loro, al posto nostro, le decisioni morali nella maggior parte delle circostanze che affrontiamo.
Pensiamo se, ogni volta che ci troviamo di fronte a un problema da risolvere, utilizzassimo il metodo dialettico di Aristotele! Partiremmo con l’analisi delle ipotesi, passeremmo alle premesse estreme per determinare il termine medio, catalogheremmo le sostanze, le categorie, l’origine del movimento e il movimento stesso dell’oggetto indagato per giungere infine a una sintesi scientifica che stabilisca quale sia la scelta più opportuna da prendere. Uno sforzo adeguato, se fosse limitato a un ristretto numero di operazioni o indirizzato verso la scoperta del Sapere, ma inefficiente se fosse da prendere in ogni momento della giornata. Fare la raccolta differenziata della plastica è giusto? Innanzitutto bisogna capire di quale polimero è composta la plastica che sto per gettare nel sacco giallo, se è compatibile con il sistema del riciclo, se verrà destinata a un impianto adeguato e quale costo abbia in termini economici e di impronta ambientale. I dati delle associazioni ambientalistiche ci dicono che solo una piccola di percentuale di plastica viene riciclata, il resto finisce chissà dove. Fino a qualche anno fa, gli impianti di stoccaggio e riciclo erano, per la maggior parte in Asia e, sempre le associazioni ambientalistiche, ci informano che la maggior parte della plastica che finisce negli oceani proviene da pochi grandi corsi d’acqua, situati per lo più proprio in Asia.
Che inutile spreco di tempo!
Facciamo la raccolta differenziata perché è così che ci dice di fare il nostro Comune e il Ministero delle politiche ambientali e noi non lo mettiamo in discussione perché riteniamo di fare la cosa giusta.
Procediamo in questo modo in tantissime occasioni, senza pensarci, perché accettiamo volontariamente il condizionamento dei valori condivisi i quali, in prevalenza, derivano dalle direttive etiche delle religioni e delle ideologie che abbiamo accettato, in un circolo virtuoso dei comportamenti.
C’è una crisi economica? Cerchiamo di resistere comprimendo le spese, evitando gli sprechi, e chiedendo allo Stato di intervenire con misure a sostegno dell’economia. C’è un attacco terroristico a sfondo religioso? Evitiamo, per un certo periodo di tempo, i luoghi a rischio, in attesa che vengano messi in sicurezza e nel frattempo condanniamo la violenza disumana dell’integralismo confidando nella tolleranza e nella misericordia del nostro Dio.
Abbiamo fiducia nella protezione delle istituzioni e nel conforto della religione perché è su questo che si sono fondate le nostre società moderne. Se non fosse così, si rischierebbe la paralisi o l’atomizzazione. Pensiamo se due esperti riconosciuti della stessa materia entrassero in contraddizione su come comportarsi nei confronti di una certa minaccia.
A chi dei due credo? Mi devo fidare? Nascondono qualche interesse? E’ un complotto? Normalmente, ciascuno di noi prenderebbe le parti dell’uno o dell’altro in base alla propria morale, educazione, esperienza, interesse sociale.
Ma se il problema fosse inedito? Sarebbe un cortocircuito…
E’ quello che è successo in questa drammatica crisi sanitaria che stiamo vivendo.
Perchè Dio non ferma il coronavirus?
Perchè la Scienza non ha un rimedio?
Perchè la mia Nazione non mi protegge e non mi tutela?
L’emergenza virus ha fatto saltare per aria la protezione che ci offrono i modelli comportamentali ai quali ci siamo abituati. Da decenni non siamo più in guerra e non affrontiamo pandemie catastrofiche. I conflitti avvengono in parti del mondo distanti da noi e la peste è un evento ricorrente solo nei libri di storia. Ne abbiamo perso la memoria psicologica. Quando ci si pone di fronte un problema, sappiamo risolverlo individualmente o socialmente sempre, o per lo più, come nel caso delle crisi economiche o degli attacchi terroristici.
Oggi, però, siamo disorientati. Non capiamo perché non riusciamo a risolvere il mistero perchè non rientra nei nostri manuali di utilizzo. Il bisogno di condividere sui social network momenti di aggregazione virtuale, le foto della gioventù, i dischi preferiti, è sintomatico della necessità che l’essere umano ha di trovare conforto in un momento di smarrimento in cui le certezze granitiche, di dominio sugli eventi, si è sfaldato in pochi giorni. Se solo pensassimo che ciò che sta accadendo ha una causa specifica e degli effetti conseguenti, capiremmo che stiamo attraversando solo un momento inedito nella storia dell’umanità recente senza necessariamente cedere al panico, allo sconforto, all’odio, alla paura. L’umanità è già sopravvissuta a catastrofi e disastri in tutto il suo breve percorso su questo pianeta, dai quali è emersa più consapevole e responsabile grazie alla conoscenza e all’esperienza. Succederà anche questa volta, siamo abbastanza sicuri che dei cambiamenti ci saranno.
Migliori? Peggiori? Questo si vedrà da come saremo in grado di giudicare questi eventi.
Oggi un’aggressione della Germania alla Francia ci sembra un’ipotesi altamente improbabile ma soprattutto deprecabile, date le tragedie che ha comportato nella prima metà del XX secolo.
Allo stesso modo possiamo sperare che la distruzione dell’ecologia e degli equilibri del pianeta vengano considerati alla stessa stregua dell’olocausto nazista. E’ troppo presto per capire che cosa abbia generato la pandemia che stiamo vivendo ma che ci sia uno legame fra inquinamento e sfruttamento del pianeta e la comparsa e trasmissione del contagio è un sospetto diffuso.
Nel 1918 comparve una malattia sconosciuta che nel biennio successivo sterminò tra i 50 e i 100 milioni di persone in tutto il mondo. Non è ancora certo cosa sia successo di preciso; tra le ipotesi più accreditate una sostiene che sia nata in un allevamento del Kansas quando un banale virus influenzale dell’uomo e un banale virus influenzale di un pollo si incontrarono casualmente in un maiale dello stesso allevamento creando un nuovo virus zoonotico: l’H1N1. La parte umana del virus tornò a infettare l’uomo ma la parte aviaria dello stesso impedì agli anticorpi umani di riconoscerlo e combatterlo. Gli spostamenti di truppe militari dagli Stati Uniti all’Europa, nel corso della prima guerra mondiale, favorirono infine la diffusione del contagio su scala globale. Può accadere di nuovo? Considerando l’enorme quantità di allevamenti intensivi, questo scenario è già stato ampiamente previsto dagli scienziati di tutto il mondo in numerosi studi, con conseguenze ancora più drammatiche rispetto a quelle che stiamo vivendo e proprio a causa della più recente evoluzione della febbre del 1918. ¹
Niente ci mette al riparo, non esiste una ricompensa morale o un bonus da giocarci a causa delle sofferenze che patiamo in questi giorni, sta solo all’umanità decidere se il prezzo da pagare per la sua fame e l’esasperato desiderio di crescita economica sia adeguato o meno e i pericoli che ne derivano siano accettabili o meno.
¹ – www.who.int/csr/resources/publications/influenza/WHO_CDS_CSR_GIP_05_8-EN.pdf
² – https://it.wikipedia.org/wiki/Influenza_aviaria#cite_note-2
approfondimenti:
– Piano nazionale in preparazione della pandemia, Ministero della Salute, PDF 9/2/2006:
– “In poche parole” documentario Vox disponibile su Netflix (30/03/20)
https://www.netflix.com/it/title/80216752
foto copertina:
https://www.agi.it/cronaca/coronavirus_social-6987592/news/2020-02-01/