Il rapporto dell’arte con la verità è stata la prima cosa che mi ha impensierito e ancora adesso sto, con un sacro sgomento, dinanzi a questa discrepanza. (F. Nietzsche)
In italiano la parola “verità” è identica al singolare e al plurale. Possiamo parlare della verità assoluta o delle verità particolari. Quando dico che “ciascun corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, salvo che sia costretto a mutare quello stato da forze applicate ad esso”, affermo una verità assoluta, incontrovertibile, immutabile, valida in ogni civiltà e linguaggio, che identifica nel pensiero la determinazione obbligata di un fatto. Quando invece dico che “Dio ha creato il mondo”, sostengo una verità relativa, indeterminata, che muta da civiltà a civiltà, che appartiene alla fede, non dimostrabile se non accettando, appunto, di credere.
In passato, però, non è sempre stato così, anzi! La verità assoluta, incontrovertibile, immutabile , determinata, apparteneva alla Fede. Eliminare un infedele o un eretico non solo non era considerato un assassinio, ma addirittura una missione da compiere nella lotta contro il Malvagio. I dubbi e le risposte risiedevano nella parola rivelata. Sottomettersi alla religione, e di conseguenza ai suoi sacerdoti, era il primo principio regolatore della società civile che ha governato il mondo occidentale fino alla rivoluzione scientifica, iniziata tra il XVI e il XVII secolo. In seguito comparvero le ideologie, liberali, socialiste e nazionaliste, in affiancamento o in sostituzione alla religione, e fu affidato a loro il compito di coordinare i nessi che si stavano formando all’interno dei nuovi modelli sociali dell’epoca.
Le scoperte scientifiche, le guerre mondiali e il crollo del Muro di Berlino hanno inesorabilmente consumato le certezze poste negli antichi idoli, lasciando però un vuoto che assomiglia allo smarrimento di un naufrago. A chi credo oggi? Non è solo affidarsi a uno schema di pensiero da adottare ossia: noi siamo pensati da un’idea che guida le nostre azioni senza dover prendere di volta in volta decisioni che comportano fatica e incertezza. Si tratta anche di avere un legame capace di instaurare la fiducia reciproca. Credere in Dio, o nelle ideologie o in un sistema giuridico, è il mezzo più adatto per permettere la convivenza delle persone. Se questo mezzo venisse meno, crollerebbe la base della cooperazione fra le persone.
Immaginiamo di vivere in una metropoli in cui ogni singolo abitante parlasse un suo specifico idioma e di questo idioma i vari dialetti locali. Probabilmente riusciremmo a comunicare i nostri bisogni primari con il linguaggio del corpo: ho sete, ho fame… magari anche la matematica sarebbe utile. Ma come ci si intenderebbe se qualcuno chiedesse: “ho bisogno di uno smartphone con processore octacore e la telecamera deve avere una risoluzione di 4000×3000 pixel?”
Ora pensiamo di vivere in un società in cui, al posto delle parole, ciascuno avesse una propria verità. Su quale radice si fonderebbero la cooperazione e la coordinazione? Se non credo che Dio possa fermare la pandemia, se i governanti non sanno quali provvedimenti prendere per contrastarla, se gli scienziati si contraddicono,come posso affrontarla, io, che affido a loro la mia fiducia? E se fosse un complotto? E se ci nascondessero, appunto, la verità? Come posso fidarmi?
Forse questa pandemia, oltre al dramma umano, sta sgretolando anche le nostre civiltà.
Civiltà, un’altra parola che nella nostra lingua si declina sia al singolare, sia al plurale, senza modificarsi.
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