- Chi: Florian Schneider: musicista, compositore, programmatore, cantante per caso, inventore di strumenti, pioniere.
- Dove: nasce a Dusseldorf il 7 aprile del 1947 nella Germania rasa al suolo dalla Seconda Guerra Mondiale, umiliata dalla dittatura nazista, che deve affrontare la vergogna dell’olocausto e che si ritrova nemica di se stessa a causa delle divisioni territoriali imposte dai trattati di pace: l’ovest federale, democratico come forma di governo, libero ma sotto l’attenta custodia del patto atlantico, e l’est che si definisce esso stesso democratico, almeno nel nome di fondazione, socialista, allineato ai rigidi dettami imposti dall’Unione Sovietica, uno degli esempi di totalitarismo più invadenti, soffocanti e spietati del dopo guerra.
- Quando: il 1969 è l’anno in cui si tiene il festival di Woodstock, iniziano le prime trasmissioni tra i computer della rete Arpanet, da cui si svilupperà il progetto Internet, l’uomo sbarca sulla luna. Florian Schneider e Ralf Hutter suonano negli Organisation. Il 1970 è l’anno dell’incidente dell’Apollo 13 reso celebre dalla frase “Houston, abbiamo un problema”, Douglas Engelbart brevetta il mouse, l’Italia batte la Germania Ovest ai mondiali del Messico per 4-3, nasce Marco Pantani, muore Jimi Hendrix. Florian Schneider e Ralf Hutter lasciano gli Organisation e fondano i Kraftwerk.
- Cosa: i Kraftwerk sono una delle band più influenti di tutti i tempi, al pari dei Beatles, dei Rolling Stones, degli Who, dei Pink Floyd, dei Black Sabbath, di David Bowie, di Eric Clapton, di Elton John artisti europei che hanno in comune il fatto di avere lasciato un’impronta gigantesca nella storia della musica e di essere nati, tutti quanti, a cavallo tra la fine e l’immediato dopo Guerra. Ciascuno di loro, infatti, ha più volte ricordato quanto abbia influito sulle rispettive carriere artistiche la paura dei bombardamenti, lo strazio delle città sfigurate, la perdita di un familiare e la povertà causata dal conflitto mondiale. Gli uni, però, erano inglesi e vincitori, i Kraftwerk, invece, erano figli della generazione degli aggressori sconfitti, a cui si aggiungeva la terribile aggravante di avere quasi sterminato un intero popolo solo perché considerato biologicamente inferiore, causa di tutti i mali e dei vizi del mondo, indegno di vivere. Questa differenza di prospettiva, segnerà indelebilmente la discrepanza drammatica dell’estetica di questi gruppi coetanei. I Kraftwerk non sono soli, infatti: la loro carriera sarà parallela a quella di altri gruppi tedeschi come i Can, i Neu!, i Faust, gli Amon Duul II, che inventarono letteralmente dal nulla una musica aliena per rompere drasticamente e deliberatamente con un passato imbarazzante, ingombrante, fastidioso, da cui si volevano liberare e a cui non volevano appartenere, in nessun modo.
- Come: a differenza delle band anglo-sassoni, influenzate dal blues e dallo skiffle trasmessi sulle frequenze delle radio libere, in Germania si sviluppa un movimento sperimentale in cui domina la freddezza della musica elettronica. E’ un’epoca pionieristica, in cui si abbandona il classico schema voce-chitarra-basso-batteria per lasciare più spazio ai sintetizzatori, alle drum machine ed alle tastiere programmate, a strumenti inventati artigianalmente. I risultati sono molteplici, dall’assurdità caotica dei Faust, alle gelide e ossessive composizioni dei Kraftwerk che anticipano di trent’anni i ritmi martellanti e artificiali della musica techno e industrial metal, i due rami principali e opposti che hanno avuto origine dalle sonorità del gruppo di Dusseldorf.

- Perché: Devo, Talking Heads, Cabaret Voltaire, Brian Eno, Ryuchi Sakamoto, The Art of Noise, The Human League, Giorgio Moroder, New Order, Depeche Mode, Daft Punk, Underworld, Chemical Brothers, Moby, Coldplay, Throbbing Gristle, Die Krupps, Einsturzende Neubauten, Aphex Twins, Atari Teenage Riot, Ministry, Nine Inch Nails, David Bowie che addirittura gli dedicò una canzone di “Low” nel 1976 (cfr: V-2 Schneider) e ancora la techno, l’electro, l’hip hop, la dance, l’industrial metal, il cyber punk, il cyber metal l’elenco degli artisti influenzati dai Kraftwerk e dal kraut-rock è semplicemente sterminato tanto quanto quello lasciato in eredità da Elvis Presley e i Beatles con una differenza sostanziale: i Kraftwerk, ancora oggi, sono contemporanei e lo saranno anche negli anni a venire. Perchè? Zero, uno, acceso, spento, nella loro musica c’è il suono binario di un algoritmo algido, austero, monotono che esprime la rigida precisione della tecnologia, non c’è spazio per l’improvvisazione né per la deviazione. I processi decisionali sono alienati dalle macchine. Eppure non c’è angoscia, claustrofobia, soffocamento, il senso del libero arbitrio intrappolato all’interno di un schema funzionale e metodico anzi, i tessuti sonori dipingono scenari di evasione e viaggi interstellari, ma è così che la percepiamo ancora oggi. Perchè? Lo sgomento che ci prende ascoltando i Kraftwerk è, infatti, lo sgomento di una psicologia che non è pronta per tutto questo, una psicologia che non ha ancora digerito i ritmi sistematici, ordinati e regolari dell’industrializzazione e della civiltà di massa, che non è riuscita nemmeno ad elaborare e comprendere il testo della realtà distorta trasmessa dalla televisione, figuriamoci il molteplice razionale dei computer e di internet. Eppure, è proprio il controllo umano che programma i sintetizzatori, le drum machine, le tastiere e i campionamenti nella musica dei Kraftwerk, è l’individuo che crea questi tessuti sonori apparentemente imperturbabili. Per questo, come tutti i grandi artisti che colgono la sensibilità e le conseguenze delle epoche in cui vivono, sono ancora avanti, nel futuro perché sono stati capaci di intuire le determinazioni più opprimenti della tecnologia incorporandole e dominandole all’interno di una musicalità che diventa arte non per tutti, ma fruibile da tutti ossia: pop-art, così che possa comunicare un messaggio alle folle più vaste, purché abbiano orecchie e spiriti liberi e coraggiosi per ascoltare e capire.
Martin Heidegger, nonostante abbia partecipato e sostenuto apertamente il nazismo, è uno dei più importanti e cruciali filosofi del novecento con cui è necessario confrontarsi. Nel 1965 diede alle stampe una riflessione sulla fine del pensiero moderno intitolata “Filosofia e cibernetica”. Nelle pagine introduttive scrive: “La filosofia si dissolve in scienze autonome: la logica, la semantica, la psicologia, la sociologia, l’antropologia culturale, la politologia, la poetologia, la tecnologia. La filosofia nel suo dissolversi viene rimpiazzata da un nuovo tipo di unificazione fra queste scienze nuove e tutte già esistenti. La loro unità s’annuncia nel fatto che le differenti sfere tematiche delle scienze sono comunemente progettate rispetto a un accadimento particolare. Le scienze sono indotte (herausgefordert) a presentare quest’accadimento come l’avvento di un processo di controllo e d’informazione. La nuova scienza che unifica, in un senso nuovo di unità, tutte le varie scienze si chiama cibernetica. Essa, per quel che concerne il chiarimento delle rappresentazioni che la guidano e la loro penetrazione in ogni ambito scientifico, è ancora agli inizi. Ma il suo dominio è garantito, dal momento che essa stessa è a sua volta controllata da un potere che im-prime il carattere di pianificazione e di controllo non solamente sulle scienze, ma su ogni attività umana. Una cosa oggi è già chiara: per mezzo delle rappresentazioni che guidano la cibernetica – informazione, controllo, richiamo – vengono modificati in un modo, oserei dire, inquietante quei concetti chiave – come principio e conseguenza, causa ed effetto – che hanno dominato finora nelle scienze.”
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