L’Io e i suoi sè – Uno, nessuno, centomila.

“Uno, nessuno, centomila” di Luigi Pirandello è un romanzo così famoso che non serve nemmeno leggerlo, per conoscerlo.

E’ il racconto in prima persona della crisi di personalità che coinvolge il protagonista, Vitangelo Moscarda, un uomo immaturo e inconcludente, senza qualità, che vive di rendita grazie alle fortune accumulate dal padre. In seguito a un banale appunto della moglie sul suo aspetto fisico, Moscarda inizia a chiedersi se quello che lui pensa di essere, corrisponda a ciò che gli altri percepiscono nella realtà. Da queste riflessioni così banali, Moscarda capisce che gli altri non vedono e non conoscono la sua vera identità, ma ciò che di volta in volta ciascuno preferisce vedere e ciò che lo stesso Moscarda fa apparire in base alle aspettative che ogni sua frequentazione ripone in lui. Vitangelo Moscarda scopre di essere uno, quello che lui crede di essere, nessuno, l’identità perduta, e centomila, ovvero i vari Moscarda che compaiono nelle diverse circostanze: il buon marito, l’amico cordiale, il socio disattento, il genero educato.

Moscarda non è altro che la rappresentazione dell’uomo moderno che si affaccia in un mondo in rapido divenire, in cui il reale diventa molteplice e l’individuo non riesce più a conservare la propria coerenza identitaria. Negli anni in cui le teorie di Nietszche sull’in-dividuo, l’Io “non diviso” che si percepisce come un corpo in carne e ossa e in una certa disposizione d’animo, cominciavano a essere accettate e discusse, Pirandello lo smonta in centomila “Sè”.

“L’individuo ha sempre dovuto lottare per non essere sopraffatto dalla tribù. Se tenterete, vi sentirete spesso soli e a volte molto spaventati. Ma nessun prezzo è troppo alto da pagare per il privilegio di appartenere a se stessi.” (Nietszche)

In Pirandello, non c’è sopraffazione della tribù, è l’individuo che annienta se stesso per diventare tribù. Non c’è un obbligo, non c’è costrizione, c’è solo l’adattamento sociale di sopravvivenza.

“Uno, nessuno, centomila” è una metafora della persona che affronta una società in via di industrializzazione, in cui i ritmi diventano frenetici e vengono scanditi a rigide tappe quotidiane. Siamo nei primi decenni del novecento e questo mutamento della condizione umana conduce alla società di massa, un condensatore di individui che trasforma la singolarità di ciascuno in un agglomerato di personalità indistinguibili. “Uno, nessuno, centomila” racconta lo smarrimento dell’individuo in questo scenario.

Chi sono Io? Esiste un Io? Oppure sono i miei sé? I miei sé mi appartengono o sono un derivazione delle aspettative che gli altri proiettano su di me? Io sono Io o sono un riflesso filtrato dentro la mente delle persone? E’ possibile conservare una coerenza organica di me stesso oppure devo diventare qualcos’altro a seconda delle opportunità?

Sono dubbi validi ancora oggi, anche se diamo per scontato che la nostra vita sia una e unica e non ci poniamo nemmeno il problema di mettere in discussione che sia così. Eppure, nel corso della giornata, anche noi ci troviamo a vestire i panni del collega, del partner, dell’amico, degli hobbies che ci siamo scelti, dell’immagine che vogliamo far passare sui social network e di tutti i trend di discussione che appaiono nella quotidianità: epidemiologi, allenatori, costituzionalisti, politici, strateghi militari, investigatori, esperti gourmet, economisti, moralisti e via dicendo.

Ma cosa siamo, nella realtà?

La visione della nostra condizione umana si fonda prevalentemente su affetti e istinti.

Ma se questi affetti e questi istinti vengono moltiplicati fino a farli diventare frammenti isolati dal proprio contesto personale, cosa resta del “Me”?

Lo sbriciolamento della personalità è la condizione a cui bisogna necessariamente arrendersi per vivere nella società contemporanea? Chi sono Io? Posso essere ancora un Io? Posso essere Io senza che loro mi prendano per pazzo?

Già in quest’ultima domanda, che tormenta anche le angosciose meditazioni di Vitangelo Moscarda, c’è una contraddizione che descrive l’incapacità di slegarsi dal giudizio altrui: c’è sempre un’aspettativa da assecondare.

Le nostre vite assomigliano allo scorrimento dei post su Facebook, un’alternanza di stato d’animo e condizioni che si sommano l’una con l’altra: gioia, rabbia, curiosità, interesse, condivisione, bellezza, orrore, informazioni di ogni tipo, spesso contraddittorie e interazioni sociali che cambiano a seconda delle situazioni.

Siamo psicologicamente predisposti e preparati a questo?

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