La scienza ha implicazioni metafisiche o ne è completamente priva?
Inizio con una definizione approssimativa e non esaustiva di scienza e metafisica.
La Metafisica studia l’essenza dell’essere, la realtà assoluta, l’accadimento fondamentale che genera la realtà, la spiegazione ultima delle cause prime del divenire a prescindere da qualsiasi dato dell’esperienza.
La Scienza, invece, studia la realtà e il suo divenire attraverso la ricerca e l’analisi dei fenomeni e delle esperienze reali, per formulare teorie oggettive e dimostrabili attraverso un metodo riconosciuto universalmente.
Scienza e Metafisica sembrano appartenere a due mondi separati e in effetti, da qualche secolo a questa parte, è così, al punto che la stessa Filosofia ha abbandonato le speculazioni metafisiche per concentrarsi su aspetti della riflessione più concreti.
Eppure non è stato così e, a guardare bene, non è essere così nemmeno adesso.
La Filosofia nasce nell’antica Grecia come osservazione del divenire della Natura finalizzata alla comprensione dei suoi fenomeni. Si voleva capire, sostanzialmente, se i fulmini fossero davvero lanciati da Zeus, se Demetra fosse la responsabile dei buoni raccolti e se i racconti di Omero ed Esiodo, i testi sui quali studiavano i giovani di 2500 anni fa, fossero attendibili.
Così, i primi filosofi, cominciarono a mettere in discussione le teorie comunemente accettate ottenendo risultati sconvolgenti che ebbero, ed hanno ancora, un impatto violentissimo su tutta la cultura europea a venire.
Alcune dottrine rasentavano il miracoloso: l’ontologia di Democrito, per esempio, sosteneva che ogni essere vivente e non, fosse composto da atomi. Pitagora, studiando la matematica, interpretò l’Universo come un ordine regolato da un codice, una teoria che tormentò anche Leonardo da Vinci per tutta la vita.
Anche Archimede credeva che il mondo fosse ordinato da precise regole matematiche. Tra i suoi numerosi studi, dimostrò che il rapporto tra una circonferenza e il proprio diametro è una costante. Nel XVI secolo Ludolph Van Ceulen calcolò che quella costante corrispondeva un numero irrazionale, il Pi Greco. Il matematico contemporaneo Marcus Du Satoy è convinto che il Pi Greco possa essere una delle spiegazioni che governano quel codice di sviluppo di tutto ciò che esiste in maniera ordinata nell’Universo, come aveva intuito Archimede.
Aristotele, dopo aver condotto studi approfonditi su Fisica, Logica, Giurisprudenza e Psicologia cognitiva, giunse a formulare la teoria del Primo Motore con la quale intendeva spiegare l’origine del divenire inarrestabile della Natura: così come un fiume ha un sorgente e il movimento ha un spinta iniziale, allo stesso modo deve essere stato per il Mondo e l’Universo. La teoria del Primo Motore non poteva essere dimostrata, come un calcolo matematico o il moto delle stelle, ma arrivava a quella conclusione con il ragionamento: nasce la metafisica, dalle conoscenze scientifici.
Il sistema aristotelico blindò la riflessione scientifica per quasi due millenni, complice anche l’influenza che ebbe, allo stesso modo, sull’islam e sul cristianesimo. La celeberrima locuzione “Ipse Dixit”, originariamente attribuita da Cicerone proprio a Pitagora, fu adottata dal filosofo arabo Averroè per sostenere che Aristotele affermava in forma scientifica le stesse verità esposte nel Corano e, pertanto, il pensiero aristotelico non doveva essere interpretato ma accettato.
All’incirca nello stesso periodo, la filosofia cristiana medioevale giunse alle medesime conclusioni, con la Scolastica e la scuola tomistica di Tommaso d’Aquino che riuscirono nell’intento di armonizzare il razionalismo pagano classico con la teologia cristiana.
Nello spazio temporale di circa duemila anni che va dalla nascita del pensiero greco e al Rinascimento, non abbiamo significativi progressi in campo nè scientifico né filosofico.
L’Essere del divino non contempla il divenire: il mondo è un dono di Dio che lo ha creato così com’è e quindi non c’è bisogno di indagare cause ed effetti della Natura. La Verità e tutto quello che c’è da sapere sulla vita, sul mondo, sull’universo e sull’al di là, si trovano già nelle Sacre Scritture. Mettere in discussione questi principi, può costare caro.
Di ciò, se ne resero conto tragicamente alcuni filosofi naturalisti della scuola italiana, a cavallo tra Medioevo e Rinascimento, in particolare Giordano Bruno e Giulio Cesare Vanini, che furono imprigionati, seviziati e giustiziati.
Leonardo, Cartesio e Galileo conoscevano quelle tragiche storie ed erano consapevoli dei rischi che correvano esponendo le loro scoperte scientifiche che infatti cercarono, a volte con successo, a volte rischiandola grossa, in qualche modo di mascherare.
Leonardo, osservando la disgregazione delle rocce causata dallo scorrere del fiume Arno, si rese conto che la Natura mutava e, quindi, non poteva essere stata creata da Dio così come era.
Galileo, sostenendo le tesi copernicane, dimostrò che non era il Sole a girare intorno alla Terra, bensì il contrario. Questa affermazione gli costò il processo e la condanna dell’Inquisizione che fu mitigata solo dall’abiura dello scienziato pisano.
Cartesio esitò a lungo prima di pubblicare le sue meditazioni, conscio del fatto che non sarebbero piaciute alla Chiesa, perché mettevano in discussione ciò che “lui aveva detto”:
“Per il grande maestro greco la conoscenza avviene perché la potenzialità che la conoscenza ha, e che consiste in un poter conoscere, passa dalla potenza all’atto in quanto “risvegliata” dall’oggetto: l’oggetto, che in sé e per sé rimane oggetto, nella conoscenza si fa una cosa sola con il soggetto, ma in quanto lo rende attuale, cioè in atto. Di qui discende una conseguenza che è fondamentale per il realismo: il “modo” della conoscenza è imposto dall’oggetto. Così la conoscenza delle cose è possibile perché le cose la fanno passare in atto, ma le cose sono conoscibili in virtù di un principio superiore, che Aristotele chiama “intelletto agente”, che è ciò che rende appunto intelligibili gli oggetti. Nella tradizione cristiana questo intelletto sarà identificato con Dio stesso. ” ¹
Cartesio dubita di questa argomentazione, “il suo obiettivo sarebbe proprio quello di trovare una conoscenza così salda e così certa da resistere agli attacchi dello scettico, il quale afferma: poiché la realtà è contraddittoria, e il linguaggio è inadatto ad esprimerla, va sospeso il giudizio sulla realtà, e la realtà va dunque considerata come non esistente. Cartesio dunque concede tutto allo scettico, con l’intento di trovare quel nocciolo indubitabile da cui ripartire per costruire una nuova conoscenza più certa. I passi sono celebri, e oltre tutto costituiscono il presupposto per Kant, e il principale movente filosofico della fenomenologia di Husserl. Se dunque io dubito di tutto, appunto dubito. Ma per dubitare devo necessariamente pensare. Ma se penso sono. Il cogito ergo sum vuole innanzitutto significare: il mio pensiero, almeno il mio pensiero che dubita, esiste.” ¹
Cartesio alla fine se la cava assegnando a Dio “l’esistenza del mondo esterno: posto che Dio è buono e dunque non ci vuole ingannare, è impossibile che ci faccia apparire un mondo che in realtà non c’è, perché, appunto, altrimenti ci ingannerebbe contravvenendo alla sua bontà.” ¹ ma, nonostante ciò, spinge in maniera irrevocabile la ricerca scientifica e filosofica a dubitare dei principi su cui si fondava il sapere e l’educazione di allora, come fecero i primi filosofi greci.
La Filosofia e la Scienza abbandonano le superstizioni religiose e tornano ad osservare liberamente la Natura e a speculare sui massimi principi che regolano la vita e l’universo, ma paradossalmente è proprio da qui che Filosofia e Scienza iniziano quel percorso di separazione che giungerà a compimento alla fine del XIX secolo, quando la Scienza mise in soffitta la Metafisica e la Filosofia perse il suo fine ultimo.
Con la rivoluzione industriale, la Scienza ebbe uno sviluppo formidabile che la porterà a un livello di specializzazione affinatissimo.
Questa specializzazione, però, ha sottratto l’orizzonte della riflessione di carattere teleologico, vale a dire la spiegazione delle cause prime e dei perchè della vita.
Oggi la ricerca scientifica non cerca più di capire l’ordine, la struttura e le leggi dell’universo intero perchè oramai li sappiamo, non c’è più molto da apprendere, ma si concentra maggiormente sulla comprensione sempre più profonda e dettagliata dei principi e degli elementi noti per impiegare più efficacemente le conoscenze che possediamo. Non siamo arrivati alla fine del grande viaggio delle scoperte, ma lo slancio in quella direzione è decisamente più ridotto, rispetto al passato.
Questo grado di specializzazione, però, comporta anche una conseguenza irrevocabile: la frammentazione del sapere. Oggi, il genio umanistico di Aristotele e Leonardo non sarebbe in grado di competere con un economista, un fisico, un chimico, un patologo, un ingegnere, un costituzionalista ma nemmeno con un programmatore di computer!
L’ultimo grande genio umanista, forse, è stato Ludwig Wittgenstein il quale, a tal proposito, sosteneva: “Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere”.
Ecco, è proprio quello che succede quando non si ha l’ardire di fare i tuttologi!
C’è, però, un’altra conseguenza, forse ancora più importante: alla maggior parte delle persone manca la capacità di comprensione e di giudizio su tanti argomenti che però occupano i nostri pensieri quotidiani. Che cosa sono il Mes e il Recovery Fund? Come funziona il riscaldamento globale? Si muore di Covid-19 o con il Covid-19? Il DPCM è costituzionale? Il computer mi odia? La app Immuni mi spia?
Domande a cui la maggior parte delle persone non può rispondere perché non sa, motivo per cui ci dobbiamo fidare degli esperti i quali, però, non sempre, anzi, raramente, concordano perfino tra di loro, lo vediamo tristemente nel dibattito di questi mesi fra medici, virologi, epidemiologi e via dicendo.
E allora? A chi devo credere?
E’ una risposta che nasconde un’insidiosa domanda.
Ci stiamo avviando verso una nuova era di superstizione?
Di chi mi devo fidare, cioè: in chi devo riporre la mia fede?
Il reale del mondo moderno è troppo frammentario, troppo stratificato, troppo complesso, troppo vasto per poterlo comprendere in modo unitario. Non esiste più un sistema di pensiero, laico o religioso che sia, in grado di fornire dei parametri per capire la realtà o, quantomeno, come comportarsi di fronte ad essa e questo provoca disorientamento, confusione e paura, da cui si genera la superstizione, come succede a chi crede che le malattie vengano diffuse dalle nuove tecnologie o che nei vaccini si nascondano microscopiche sonde che controlleranno i nostri cervelli rendendoci zombie (ma non c’è già Facebook, per quello?).
Per evitare che ciò accada, più che la risposta, è necessario capire se la domanda sia ancora valida o se debba esserne posta una diversa e inedita: un compito che spetta ai filosofi.
¹ – https://www.culturacattolica.it/cultura/filosofia/moderna/il-realismo-e-cartesio
Foto di copertina: https://image.shutterstock.com/image-illustration/hope-freedom-life-different-contrast-600w-1581881428.jpg