Spesso mi chiedo come facciano i chitarristi metal e punk a suonare velocissimi e, contemporaneamente, a saltare in giro per il palco. Poi penso ai miei gesti quotidiani, come per esempio digitare sulla tastiera del computer senza guardare e magari pure rispondendo alla domanda di qualche collega. La risposta è semplice e scontata: è la pratica di tutti i giorni, l’abitudine, l’allenamento.
Il mio cervello non è migliore o peggiore di quello di Kirk Hammett, banalmente facciamo le stesse cose, lui con la chitarra, io con la tastiera del computer, ma di fatto il funzionamento di base è lo stesso: nei nostri rispettivi cervelli si sono creati dei ponti, le sinapsi, che collegano i neuroni adibiti a quel tipo di attività, ovvero: muovere le dita sui tasti.
Ma cosa succede quando incontriamo una novità o avviene un fatto che non riusciamo a spiegare razionalmente?
“Per dare un senso a questo, è utile immaginare il cervello composto da neuroni sia comportamentali che percettivi. Nuovi modelli vengono sviluppati in ogni serie di questi neuroni quando situazioni e risposte riconoscibili sono collegate. Quando il cervello incontra nuove situazioni, deve creare un nuovo modello comportamentale di percezione e risposta. Più incontri e usi questi nuovi modelli neurali, più diventano forti. Questo è un processo chiamato mielinizzazione, durante il quale le cellule nervose si isolano producendo una proteina grassa chiamata mielina. La mielina consente agli impulsi elettrici all’interno delle cellule nervose (in altre parole, pensieri) di trasmettersi progressivamente più velocemente e in modo più efficiente.
La mielina è un po ‘un’arma a doppio taglio, tuttavia, perché lo stesso processo viene applicato sia agli input di buona che a quelli di cattiva qualità. Quindi, anche quando non stai facendo qualcosa di giusto, la mielinizzazione può rafforzare i percorsi neurali che portano alla formazione di cattive abitudini.“
In poche e semplici parole, il nostro cervello sta bene quando prova emozioni che lo fanno stare bene, indipendentemente dal fatto che sia un piatto di pastasciutta, una corsa, una tossicodipendenza o la confortevole routine di tutti i giorni. Minima spesa, massima resa.
Ogni deviazione da queste abitudini, produce uno sforzo contrario all’istinto di sopravvivenza: il nostro cervello deve modificare il proprio funzionamento e quindi i nostri comportamenti e quindi deve attingere a energie ulteriori rispetto a quelle normalmente usate e questo, a meno che non ci si trovi in una circostanza di pericolo, è un rischio che alla nostra “natura animale” piace poco.
Per questo siamo così confusi di fronte alle innumerevoli novità che dobbiamo affrontare quotidianamente e che hanno invaso tutti i settori delle nostre esistenze. Ed è per questo che non riusciamo a capire il significato, la causa ultima, il perché di avvenimenti fuori dai limiti delle nostre menti come l’attentato alle Torri Gemelle o la pandemia e le conseguenze che ne discendono. Sono eventi così strani, rari, fortunatamente, paurosi ma allo stesso tempo spettacolari, paradossali, che non riusciamo a razionalizzare, perché mancano dei termini di paragone per metterli a confronto con qualcosa di già acquisito nel nostro bagaglio esperienziale. Allo stesso modo, novità più ordinarie, come un nuovo smartphone o una nuova app, ci costringono a mutare le nostre consuetudini e ad uscire dalla comfort zone continuamente.
La nostra contemporaneità è estremamente dinamica e fatta di continue mutazioni e questo, alla nostra ancestrale natura biologica, piace poco. Come avevo già segnalato nel precedente articolo, non è un caso che i disturbi mentali siano in aumento: le nostre menti devono gestire un carico di informazioni così enorme che può capitare a chiunque di finire in cortocircuito. Possiamo interpretare quest’epoca in maniera moralistica, sociologica, politica o, semplicemente, fisiologico-riduzionista.