Il Dadaismo è una corrente d’avanguardia nata ufficialmente in Svizzera il 5 febbraio del 1916, quando venne inaugurato il Cabaret Voltaire a Zurigo, da un gruppo di artisti tra i quali ricordiamo Tristan Tzara, Marcel Janco, Richard Huelsenbeck, Hans Richter, Hans Arp, Hugo Ball. È forse l’esempio più estremo di provocazione tra tutte le avanguardie che movimentavano la scena del primo novecento. Il Dadaismo nasce come protesta nei confronti dei ricchi mecenati borghesi, accusati di essere i principali colpevoli della Guerra del 1914-1918.
Già dal nome, Dada, la tipica lallazione di un neonato, viene manifestato il rifiuto di qualsiasi compromesso dialettico, di qualsiasi confronto, di qualsiasi dialogo con chi, in precedenza, aveva finanziato le opere e le vite degli artisti e, ora vedeva la guerra come occasione di espandere i propri domini economici.
Con la stessa facilità e rapidità con cui le mitragliatrici falciano decine di migliaia di giovani vite al fronte, il dadaismo devasta la concezione classica di arte come luogo del bello e del buono, il kalos kagathos così definito già da Platone. Non è più solo un superamento di stili precedenti, viene innalzato un divisorio tra l’artista, chi lo comprende e/o fa parte del suo micro-cosmo, e chi ne è fuori. La realtà va in pezzi, la logica e la razionalità vengono demolite, il messaggio è semplice, quanto estremo: l’arte è distrutta da un mondo impazzito che, a sua volta, si auto-distrugge nel conflitto bellico.
Infatti, bisogna ricordare che al termine della Prima Guerra Mondiale scompaiono:
- l’impero zarista, rovesciato dalla rivoluzione comunista.
- l’impero austro-ungarico, fatto a brandelli dopo la sconfitta.
- l’impero prussiano, ridotto ai minimi termini della Repubblica di Weimar, da cui trasse forza l’ascesa politica di Hitler.
- perfino il Regno d’Italia, pur facendo parte della schiera dei vincitori, viene travolto dalle proteste irredentiste e rivoluzionarie dello squadrismo che reclamavano giustizia per la “Vittoria mutilata”, (la definizione è di D’Annunzio) fino alla conquista del potere di Mussolini.
Nel 1918 il mondo era cambiato per sempre e le conseguenze sarebbero state tragiche nei decenni a venire. Difficile credere che i dadaisti avessero immaginato un ribaltamento così drastico, ma era a loro comunque chiaro il significato drammatico che il conflitto avrebbe portato con sè. Di conseguenza, l’arte non poteva essere più la stessa, l’arte doveva rifiutare l’estetica tradizionale, l’arte doveva essere coerente con la follia che dominava il mondo, l’arte doveva essere rotta, l’arte doveva scomparire.
Marcel Duchamp riprodusse la Gioconda con i baffi, piantò una ruota su uno sgabello e inaugurò lo stile “ready made”, ovvero la trasformazione di oggetti comuni, come uno scola bottiglie o un orinatoio, in opere nelle quali i canoni classici vengono spazzati via dalla provocazione e dal ridicolo per lasciare posto al concetto, ovvero la capacità di ri-produrre nuovi significati da attrezzi che non appartengono alla sfera della creazione artistica fino ad arrivare a negare completamente la creazione artistica stessa!
Tristan Tzara, con i seguenti versi, ci spiega invece come si scrive una poesia dadaista:

Prendete un giornale.
Prendete un paio di forbici.
Scegliete nel giornale un articolo che abbia lunghezza
che voi volete dare alla vostra poesia.
Ritagliate l’articolo.
Tagliate ancora con cura ogni parola che forma tale articolo
E mettete tutte le parole in un sacchetto.
Agitate dolcemente.
Tirate fuori le parole una dopo l’altra, disponendole nel-
l’ordine con cui le estrarrete.
Copiatele coscienziosamente.
La poesia vi rassomiglierà.
Ed eccovi diventato uno scrittore infinitamente originale e
fornito di una sensibilità incantevole, benché, s’intende, in-
compresa dalla gente volgare.
Non si tratta più solo di ribellarsi a ciò che è paterno, vecchio e accademico, è la totale ed estrema alienazione dell’artista che si separa dal mondo reale portando con sé la sua opera.
Il Dadaismo è un punto di rottura: da lì, non si torna più indietro.
Eppure, paradossalmente, proprio questa distruzione consente all’arte stessa di rinascere.

Tutto, infatti può diventare arte: Pop Art, Design, Graffitismo, Action Painting, Land Art, Body Art, le Installazioni, la Pubblicità, perfino l’alta moda.
Ma allora, se le pagine scritte nel corso di due millenni, da Aristotele a Baudelaire, in cui si definiscono le regole dell’estetica, perdono le parole, si scolorano, diventano polvere, non valgono più, allora in che modo si può definire l’arte? O meglio: esiste ancora l’arte? Qual è la differenza tra uno scarabocchio sul muro di una chiesa, un esplosione di colori sulla fiancata di un treno e un capolavoro di Basquiat? Perchè il writer di periferia è un vandalo mentre le opere di Haring vengono battute a prezzi esorbitanti nelle aste?
Forse possiamo provare a dare una definizione moderna di Arte dicendo che è la rappresentazione delle qualità della complessità della vita, un concetto che può essere anche applicato a tutte le epoche precedenti le avanguardie.
Se, riducendo la definizione ai minimi termini ,un artista è colui che crea nel suo tempo, con una sua propria visione del mondo e un suo gusto personale, l’arte, dalla Prima Guerra Mondiale in avanti e da Dada in poi, in realtà non fa altro che ripetere gli stessi schemi di Fidia, di Michelangelo, di Dante, di Rimbaud e via discorrendo: rappresenta il contemporaneo attraverso le qualità, ovvero gusti, odori, sensazioni, della complessità della vita, ovvero tutto ciò che rientra e appartiene alla sfera umana.
Che sia rappresentazione realistica, fantasiosa, veritiera o astratta, l’arte non può ignorare che la vita degli umani in epoca industriale si sia complicata tremendamente.
Se un tempo i pittori riproducevano icone e pale in onore di santi e divinità, nel mondo contemporaneo queste figure sono state sostituite dalle lattine di zuppa in scatola. Se un tempo si cantavano le gesta epiche degli eroi, oggi si racconta degli sviluppi più fantasiosi, estremi e paradossali a cui possono giungere le scienze e le tecnologie. Se un tempo Chopin componeva secondo rigide regole musicologiche, oggi si fanno gridare le chitarre distorte a tutto volume oppure si utilizzano basi pre-registrate contenute nei software di programmazione musicale. Se un tempo Leonardo dipingeva la celebre cena su una parete, oggi si dipingono di colori e simboli apparentemente incomprensibili le facciate dei palazzi, delle fabbriche, dei ponti.
Perchè è questo ciò che accade nel nostro mondo, è questo ciò che si svela davanti ai nostri occhi, bisogna solo imparare a osservare bene, dimenticando, in questo giudicare, ciò che ci è stato insegnato nelle scuole e che appartiene al passato di una umanità diversa, pre-industriale, pre-elettrica.
E’ in questo modo che si può comprendere come, nonostante il Dadaismo, l’arte sia rimasta la stessa: ha perso di vista l’orizzonte ingenuo della bellezza come fine ultimo della sua opera perché è la bellezza che è stata spazzata via dagli orrori delle guerre, degli stermini di massa, dei genocidi, delle dittature, delle crisi economiche cicliche ma ha conservato la capacità di rappresentare la qualità della complessità della vita.
Tentativo di definizione della definizione:
- Rappresentazione: capacità di comprendere il reale e descriverlo attraverso il proprio gusto, la propria visione, i propri stati psichici.
- qualità: tutto ciò che non può essere misurato, quantificato, definito in termini scientifici ma appartiene comunque alla sfera della vita, come i sentimenti (amore, paura), i gusti, gli odori, le sensazioni, le alterazioni psichiche.
- complessità: in un mondo che ha perso i vecchi schemi argomentativi per comprendere la realtà globale, stratificata, interconnessa, la complessità diventa la capacità di capire che la prospettiva del reale che si svela di fronte ai nostri occhi è solo un orizzonte degli eventi parziale.